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Sociologica
N. 2/2008
Doi: 10.2383/27731
Recensioni
Vittorio Mete
Alessandra Dino (a cura di), Pentiti. I collaboratori di giustizia, le istituzioni, l’opinione pubblica. Roma: Donzelli, 2006, 282 pp.

Il fenomeno dei collaboratori di giustizia per reati di mafia è caratterizzato dall’abbondanza di rappresentazioni sociali distorte. La maggior parte dei cittadini sa poco delle persone che vengono comunemente definite “pentiti”; le stime su quanti siano i collaboratori sono spesso confuse e, a volte, allarmistiche; le motivazioni a rompere il patto mafioso vengono il più delle volte banalizzate nel dibattito pubblico; i benefici di cui i dichiaranti godono sono di norma ritenuti eccessivi; scarsamente considerati sono invece i vantaggi, in termini di lotta alla criminalità, derivanti dalla loro collaborazione con lo Stato; sottovalutate, infine, risultano le difficoltà che le istituzioni incontrano per “gestire” i collaboratori di giustizia e i loro familiari. Malgrado questo deficit di conoscenza, il dibattito pubblico sul tema è costante e, a tratti, acceso. La combinazione di questi due elementi – mancanza di informazioni accurate a disposizione dei cittadini e protagonismo del tema nella sfera pubblica – è all’origine di numerosi e radicati stereotipi. Uno di questi è che il pentitismo sia un fenomeno nuovo, emerso negli ultimi 25 anni, che ha in particolare preso il via con le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.

 

Malgrado la pratica di raccogliere le confidenze dei mafiosi abbia origini remote, nel campo delle scienze sociali su questo aspetto si rileva una marcata carenza di studi. È questo un secondo limite conoscitivo, proprio delle scienze sociali, che si aggiunge alla “ignoranza” dell’opinione pubblica. Inoltre, le esigue riflessioni scientifiche e accademiche sui collaboratori di giustizia hanno quasi esclusivamente un taglio giuridico, mentre sono poche le riflessioni sociologiche, psicologiche o che adottano la prospettiva dell’analisi delle politiche pubbliche. Pertanto, la ricerca empirica su questo tema è quasi del tutto assente. Nel complesso, dunque, le informazioni circolanti sull’argomento sono, da un lato, quelle (distorte) di senso comune e, dall’altro, quelle delle statistiche giudiziarie e delle speculazioni giuridiche.

Il volume curato da Alessandra Dino rappresenta un serio tentativo di colmare, almeno in parte, alcune lacune conoscitive appena richiamate. I nove saggi che lo compongono (più l’introduzione della curatrice) hanno l’indubbio merito di affrontare un tema complesso, evitando di adottare un unico punto di vista. Il fenomeno dei collaboratori di giustizia è infatti messo a fuoco da tre angolature differenti: 1) quella dei pentiti, con le loro difficoltà a rompere la cappa di omertà che minacciosamente li sovrasta e alle prese con una delicata opera di destrutturazione e ristrutturazione della propria identità individuale; 2) quella dello Stato che, a fronte di risorse materiali e umane limitate, deve comunque offrire una tutela adeguata ai collaboratori e ai loro familiari, ma allo stesso tempo deve premunirsi contro la perseveranza criminale e gli inganni orditi da alcuni di essi; 3) quella dei cittadini “comuni”, nel complesso estremamente diffidenti nei confronti della figura del pentito, visto come un opportunista, una persona falsa e comunque un delinquente che dovrebbe restare in carcere per pagare pienamente i suoi debiti con la società. Il volume dà dunque voce a chi su questo tema, paradossalmente, non la ha o non riesce a farla sentire: gli stessi pentiti, i loro familiari, i rappresentanti delle istituzioni che gestiscono operativamente le procedura di tutela dei collaboratori e dei loro cari.

I tre punti di vista si intrecciano felicemente nel libro e restituiscono un quadro conoscitivo all’altezza delle sfaccettature e della complessità dell’oggetto di studio. Ad arricchire l’analisi concorre inoltre l’eterogeneità disciplinare degli autori: sociologi, giuristi, storici, politologi e psicologi, ma anche giornalisti e magistrati sono, una volta tanto, riusciti a tradurre in pratica la multidisciplinarietà tanto evocata (quanto poco praticata) nelle scienze sociali.

Le discrepanze e le contraddizioni che emergono quando si mettono a confronto questi tre “sguardi” sul fenomeno del pentitismo rispecchiano per intero la problematicità di questo strumento di contrasto alle organizzazioni mafiose. Senza dubbio, il ruolo dei pentiti può essere considerato essenziale nella lotta alla mafia, tanto che non è azzardato sostenere che senza le loro rivelazioni la natura stessa del fenomeno mafioso sarebbe ancora, come è stata per lungo tempo, avvolta nelle nebbie. Al proposito basti ricordare la portata dirompente delle dichiarazioni che Tommaso Buscetta rese a Giovanni Falcone e l’utilità che queste ebbero per conoscere “dal di dentro” Cosa nostra e istruire il maxiprocesso palermitano. Come ha notato a questo proposito uno studioso attento come Umberto Santino, non sarebbe sbagliato sostenere che, per alcuni, la storia dell’analisi dei fenomeni mafiosi si potrebbe dividere nettamente in due parti: a. B. (avanti Buscetta) e d. B. (dopo Buscetta).

Se Buscetta è forse il caso più rilevante in termini di ricadute processuali e di elementi informativi forniti, essendo allo stesso tempo anche il collaboratore di giustizia più conosciuto dall’opinione pubblica italiana, ciò non significa che il pentitismo nasca con le sue dichiarazioni. Come notato, e come mettono opportunamente in luce alcuni autori dei saggi che compongono il volume, Salvatore Lupo in particolare, il fenomeno non è nuovo. Ciò che è nuovo rispetto ai tradizionali confidenti di polizia di cui vi è traccia nelle carte giudiziarie dei decenni passati è l’assunzione di diretta responsabilità del pentito, la sua visibilità anche processuale che rompe lo storico tabù dell’omertà mafiosa. A partire da Buscetta la vera novità è allora la fine dell’anonimato dei collaboratori di giustizia. Ciò, prima ancora di essere una svolta rilevante sul terreno giudiziario, è un segno eloquente di un cambiamento culturale in atto. Inoltre, un pentimento pubblico e totale di un numero non piccolo di associati, in alcuni casi detentori di ruoli di grande responsabilità nel sistema di potere mafioso, rappresenta una vistosa crepa dell’intero edificio dell’organizzazione criminale, che i luoghi comuni sulla mafia vorrebbero invece solido e difficile da scalfire. Come per tutte le associazioni segrete e illegali, la rottura del patto di omertà e la fuoriuscita di informazioni che dovrebbero rimanere riservate rappresentano minacce esiziali alla tenuta della rete relazionale. Il tradimento del patto equivale al venir meno del rapporto di fiducia all’interno della rete e ad un contestuale aumento generalizzato della diffidenza. Questa situazione non costituisce certo una condizione ottimale in un gruppo che, non potendo contare sullo Stato per risolvere eventuali controversie, deve autoregolarsi con strumenti che oscillano dalla minaccia del ricorso alla violenza ai patti di lealtà basati su rapporti di fiducia reciproca.

Ma cosa spinge una persona che ha intrapreso una carriera criminale a “farsi pentito”? Gli autori dei saggi contenuti nel volume rispondo a questa domanda introducendo nell’analisi molti aspetti di natura diversa. La parte centrale del libro è ad esempio dedicata alle varie mafie italiane a tradizionale radicamento e alle caratteristiche che il pentitismo assume in contesti territoriali, organizzativi e culturali differenti. L’estrema riluttanza alla collaborazione dei membri della ’Ndrangheta si spiega ad esempio con le peculiari caratteristiche che contraddistinguono la mafia calabrese: struttura più paritaria e orizzontale rispetto a Cosa nostra che impedisce agli affiliati di entrare in possesso di informazioni strategiche e di ampia portata; gruppi basati sulla famiglia di sangue che rende ardua una collaborazione che manderebbe in galera tutti i propri familiari. Allo stesso modo, la vulnerabilità al fenomeno del pentitismo della Sacra corona unita si spiega alla luce della loro minore attenzione, al contrario della ’Ndrangheta, rispetto alla segretezza e alla parcellizzazione delle informazioni.

Per rispondere adeguatamente alla domanda relativa ai motivi che spingono una persona a rompere il patto di omertà, al di là delle differenze strutturali e culturali tra le varie mafie italiane che pure contano, bisogna in prima battuta sgombrare il campo da un pernicioso equivoco semantico. Come notano in più punti gli autori dei saggi contenuti nel volume, il significato del termine “pentito” rimanda immediatamente ad aspetti religiosi che, com’è ovvio, nulla hanno a che vedere con lo spirito e le finalità della legislazione sui collaboratori di giustizia. Perciò, a proposito dei pentiti di mafia, a causa di questa ambiguità terminologica, il piano morale e quello giuridico si confondono pericolosamente. Come ha scritto la Corte di Assise di Palermo in una sentenza del 1999, “il legislatore non ha affatto inteso il ‘pentimento’ come fatto interiore di sincera resipiscenza, prevedendo una normativa premiale che prescinde totalmente dall’accertamento (peraltro impossibile) del ripudio morale dei fatti oggetto di propalazione e che, comunque, incentiva collaborazioni che pure siano dettate da mere considerazioni utilitaristiche” [p. XXV]. I collaboratori di giustizia non sono pentiti dei loro atti criminali, semplicemente hanno deciso di raccontarli ai rappresentanti dello Stato per avere in cambio alcuni benefici. Per tale motivo la chiave di lettura utilitaristica sembra quella più appropriata a comprendere i motivi che spingono i mafiosi a uscire dal patto criminale che avevano solennemente sottoscritto [p. XXI]. Non a caso la decisione di collaborare arriva il più delle volte quando si viene catturati e si ha la prospettiva di passare il resto della propria esistenza tra le mura di una cella. Oppure, la scelta matura quando il proprio gruppo risulta perdente nelle dinamiche conflittuali che caratterizzano tipicamente le relazioni tra gruppi mafiosi: davanti alla prospettiva di finire ammazzati, è certamente più razionale rivolgersi allo Stato chiedendo protezione per sé e per i propri familiari. Le conoscenze accumulate durante la carriera criminale costituiscono le risorse che il mafioso può scambiare con lo Stato e che gli garantiscono impunità e salvezza.

Chiaramente, vi sono anche motivi diversi che spingono verso la collaborazione, più legati a crisi di coscienza ed effettivo ravvedimento interiore. È ad esempio il famoso caso di Leonardo Vitale, giovane uomo d’onore palermitano che, nel 1973, decise di rivelare agli inquirenti i segreti dell’organizzazione criminale della quale faceva parte. Tuttavia, in quella circostanza gli apparati dello Stato si mostrarono del tutto impreparati a raccogliere e valorizzare questa testimonianza, sia per un deficit legislativo sia per un’inadeguatezza culturale rispetto al tema del pentitismo di matrice mafiosa. Così, Vitale fu dapprima incriminato per le sue dichiarazioni, considerato mentalmente instabile, rinchiuso in un manicomio criminale per poi essere ucciso appena tornato in libertà.

La chiave del calcolo utilitaristico che spinge alla collaborazione diventa evidente se si prendono in considerazione le altre vie d’uscita a disposizione degli appartenenti ai gruppi mafiosi. A questo riguardo Rocco Sciarrone propone una classificazione delle modalità di exit dal sodalizio criminale, che a mio avviso è uno dei contributi più qualificanti contenuti nel volume. In particolare l’autore si sofferma su quattro possibili modalità di uscita: “l’espulsione o il ritiro individuale, che può tradursi in una sorta di esilio; l’affiliazione a un altro gruppo, che si caratterizza come tradimento; la fondazione di un nuovo gruppo, che dà luogo a una scissione; la collaborazione con lo Stato, che può essere tipizzata come diserzione” [p. 146]. Le difficoltà e la stessa possibilità di percorrere ciascuna di queste strade dipendono da una molteplicità di fattori e comportano costi, materiali e identitari, differenti. In termini di incolumità fisica, la scelta della collaborazione, se condotta fino in fondo e in maniera leale e consapevole, è, tra quelle considerate, probabilmente la meno pericolosa.

Indipendentemente dalla motivazione che vi sta dietro, il percorso che conduce a diventare un collaborare di giustizia si accompagna sempre a un processo di trasformazione dell’identità individuale. La decisione di collaborare implica dunque una profonda discontinuità biografica, prima ancora che un cambiamento nella sfera della quotidianità, dell’ambito relazionale e dei luoghi frequentati. Se a livello micro il pentimento equivale a una frattura esistenziale, a livello macro il pentimento attesta una tensione trasformativa della struttura mafiosa. Il collaboratore di giustizia diventa la spia di un malfunzionamento della macchina mafiosa, di un cambiamento in corso, di una carenza delle funzioni di controllo e di tenuta organizzativa. L’aumento dei collaboratori di giustizia corrisponde a una occasione di cambiamento dell’organizzazione e della cultura mafiosa, di una discontinuità della quale lo Stato può approfittare per assestare colpi importanti ai danni dei gruppi criminali.

L’analisi delle principali e più comuni difficoltà psicologiche affrontate dai collaboratori di giustizia è un altro dei contributi di valore contenuti nel volume. Dover cambiare luogo di residenza, esser costretto ad assumere una nuova identità anagrafica, non poter avviare un’attività commerciale e dover imporre ai propri figli, spesso molto piccoli, un nome diverso dal proprio da usare a scuola sono fattori posti alla base di un forte stress psicologico che riguarda inevitabilmente la qualità della vita del collaboratore di giustizia e dei suoi familiari. A fronte di questo disagio, che richiederebbe risposte adeguate da parte delle istituzioni, i programmi di protezione cui vengono ammessi i collaboratori di giustizia appaiono poco attenti e male attrezzati. Le risorse messe in campo dallo Stato sono giudicate insufficienti dai collaboratori di giustizia. Ciò provoca in essi e nei loro familiari un’estrema sofferenza che sfocia nello sconforto. Le due lettere riportate nel saggio di Clara Cardella e Marilena Macaluso [pp. 102-108], una di un collaboratore e un’altra di una figlia adolescente di un pentito, entrambe indirizzate all’avvocato difensore, mettono chiaramente in luce sia il forte disagio psicologico sia le inadeguatezze del programma di protezione.

Le difficoltà organizzative e logistiche cui deve far fronte lo Stato nella realizzazione del programma di protezione sono speculari alle rimostranze dei collaboratori di giustizia. Nel corso degli ultimi anni, anche a seguito della crescita quantitativa dei collaboratori di giustizia (nel 2000 si contavano 1.159 collaboratori e 4.084 familiari [p. 56]), la legislazione è stata riformata. Le modifiche introdotte nel 2001 prevedono una netta differenziazione tra collaboratori e testimoni di giustizia che, in effetti, sono due figure del tutto diverse, accomunate soltanto dalla medesima esigenza di protezione. Come mettono bene in evidenza Simona Riolo, nel ricostruire le vicende della legislazione premiale antimafia, e Gioacchino Natoli, che compara il sistema di trattamento dei collaboratori statunitense con quello italiano, la nuova normativa presenta molti aspetti critici. Tra i tanti, si può ricordare il divieto della cosiddetta “dichiarazione a rate”, per cui il collaboratore deve dire tutto ciò che sa entro 180 giorni dalla decisione di collaborare. Se ciò rappresenta un’arma contro un uso strumentale e distorto della collaborazione, eventualità tutt’altro che remota e ampiamente documentata nelle pagine del volume, è anche vero che una norma così rigida non considera una serie di elementi che la rendono controproducente ai fini delle indagini e della gestione del collaboratore. Non si tiene ad esempio conto dei meccanismi di funzionamento della memoria umana e del fatto che alcuni particolari possono essere giudicati irrilevanti in un contesto accusatorio e fondamentali in un altro che si sviluppa dopo i 180 giorni. Analoghe considerazioni possono svolgersi circa la confisca dei beni del collaborante. Se da un lato appare proficuo e corretto spogliare degli averi chi li ha accumulati illecitamente, dall’altro si dimentica che la decisione di collaborare è basata essenzialmente su elementi utilitaristici e mettere in conto di dover rinunciare alle proprie ricchezze potrebbe disincentivare le collaborazioni.

La stretta sui collaboratori di giustizia che si evince già da questi due aspetti è in linea con (e in qualche misura anche conseguenza di) un clima d’opinione estremamente diffidente nei confronti del fenomeno del pentitismo. Alcuni casi eclatanti di “tradimento” della fiducia accordata ai collaboratori da parte dello Stato (collaboratori che continuano a delinquere, false dichiarazioni, reticenze interessate etc.) hanno alimentato l’ostilità nei confronti di chi, agli occhi di un comune cittadino, resta pur sempre un delinquente. Pertanto, la percezione sociale dei collaboratori di giustizia, esplorata con perizia tramite una ricerca empirica in ambito siciliano e presentata dalla curatrice del volume nel capitolo conclusivo, è poco indulgente nei confronti di chi decide di rompere il patto di omertà. Infatti, la scelta di collaborare viene comunemente intesa come “un doppio tradimento: non passa attraverso il ravvedimento interiore e si fonda sulla delazione, sull’accusa degli altri” [p. 247].

Dai risultati della ricerca emergono chiaramente le carenze conoscitive e i relativi stereotipi cui prima si accennava. Ad esempio, il numero dei collaboratori è fortemente sovrastimato e i termini più usati per descrivere la loro tempra morale non sono certamente lusinghieri (opportunisti, codardi, infami) [p. 224]. Un particolare fastidio deriva dal fatto che a dei criminali venga offerta una condizione di “privilegio”; che gli venga riconosciuto un trattamento economico; che egli sfugga alle sue responsabilità penali che, altrimenti, lo avrebbero costretto per un lungo periodo in carcere; e che gli si dia la possibilità di accusare liberamente altre persone. Riguardo ai collaboratori di giustizia, i cittadini intervistati insistono molto sulla pena che queste persone dovrebbero comunque scontare. Pochissimi sono, al contrario, i riferimenti ai processi di rieducazione e reinserimento nella società. Anche in questo caso, come non mancano di notare gli autori, la comprensibile volontà di punire chi si è macchiato di reati gravi cozza con il dilemma che sta alla base del fenomeno della collaborazione: lo Stato, pur di smantellare l’organizzazione criminale, scoprire altri autori di reati e impedire che questi continuino a essere commessi, garantisce l’impunità a chi collabora. Sul piano morale si può certamente non essere d’accordo con questa soluzione del dilemma, ma non si può dimenticare che il ricorso alle dichiarazioni dei pentiti, da lungo tempo e non soltanto a proposito dei gruppi mafiosi, è probabilmente lo strumento di contrasto più efficace di cui dispone lo Stato. Del resto, come già si rilevava in alcune sentenze nei primi del Novecento, se si vogliono ottenere informazioni dall’interno del mondo mafioso “la prova non può essere fornita da gentiluomini, ma da individui della stessa risma se non peggiori” [p. 42].

Accanto agli originali e utili contributi conoscitivi contenuti nei saggi, il volume presenta, a parere di chi scrive, alcuni punti deboli. La ricerca empirica sulla percezione sociale del fenomeno del pentitismo soffre di alcuni limiti, non tanto imputabili a incompetenza metodologica degli autori, quanto, probabilmente, alle ristrettezze di budget con le quali tutta la ricerca sociale in Italia deve fare i conti. Pur muovendosi con cautela, dichiarando la non rappresentatività statistica del campione di cittadini siciliani intervistati (N=350) e, dunque, la non generalizzabilità dei risultati [p. 223], nella loro esposizione questo importante limite viene in molti passaggi trascurato. Perciò, ad esempio, si parla degli “abitanti di Enna” [p. 229] anziché delle poche decine di intervistati residenti in quella provincia. Del resto, a causa della non rappresentatività del campione, le comparazioni tra le nove province siciliane che abbondano nel capitolo conclusivo appaiono prive di significato, tanto che quasi mai si prova ad associare elementi esplicativi legati alle peculiarità del territorio alle loro differenze numeriche in termini di opinioni sul fenomeno dei pentiti.

Inoltre, l’integrazione di alcuni altri aspetti avrebbero potuto, a mio avviso, ulteriormente arricchire la trattazione. A fronte di un’analisi molto dettagliata, accurata e documentata del fenomeno del pentitismo, risulta ad esempio molto ristretto lo spazio dedicato a eventuali proposte di riforma della normativa e della sua concreta applicazione. Per tirare le fila del discorso sugli aspetti che inducono alla collaborazione sarebbe poi stato utile elaborare uno schema analitico esemplificativo della struttura delle opportunità, fatta di vincoli e incentivi, che il mafioso si trova davanti nella difficile scelta di “saltare il fosso”. Ancora, si sarebbe forse potuto fare uno sforzo ulteriore per leggere in maniera integrata con le altre politiche di contrasto quella dei collaboratori di giustizia. Così facendo si sarebbero messe in luce le contraddizioni e gli errori di progettazione che caratterizzano l’intero intervento antimafia, ma anche le sinergie che è possibile attivare per migliorare l’efficacia e l’efficienza degli interventi di contrasto. Ragionare in termini di sostituibilità di questa policy antimafia avrebbe significato, inoltre, prendere seriamente in considerazione i costi ed i benefici, chiaramente non soltanto economici, ad essa associati.

In conclusione, il volume curato da Alessandra Dino costituisce un’importante opera intellettuale che copre un aspetto rilevante degli studi sulle mafie, finora piuttosto trascurato dai ricercatori sociali. Allo stesso tempo, le riflessioni e gli elementi conoscitivi contenuti nel volume rappresentano anche una diga contro il discredito dello strumento di contrasto basato sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Un discredito non di rado artatamente costruito dagli stessi mafiosi, che negli ultimi tempi hanno tentato di “infiltrare” falsi pentiti o di manovrarne degli altri per delegittimare l’intera politica di contrasto. Un discredito ampiamente diffuso nell’opinione pubblica e che in alcune circostanze è stato alimentato da esponenti politici chiamati in causa dai collaboratori di giustizia. In definitiva, sul tema di pentitismo si gioca anche la lotta per il riconoscimento della legittimità e della credibilità dello Stato. Non a caso negli ultimi tempi è radicalmente cambiata la risposta criminale nei confronti dei collaboratori di giustizia: se un tempo davanti a un tradimento la strategia dei gruppi criminali era di fare terra bruciata intorno al dichiarante, uccidendo parenti e amici, oggi si preferisce “offrire di più” rispetto a quanto mette sul piatto lo Stato e “riconquistare” per questa via i collaboratori. È la strategia del “figliol prodigo” [p. 81] che porta con sé una preoccupante carica di delegittimazione della politica di contrasto basata sui collaboratori di giustizia e, in ultima analisi, delle stesse istituzioni dello Stato.